Se la “rossa” si spacca sulla scuola pubblica

Bologna, referendum contro i finanziamenti agli istituti privati. Ma la giunta Pd li difende

 

referendum BolognaA Bologna si sta bene, così dicono. A Bologna (non) tutti sorridono. A Bologna si parla di pubblico, e di privato. A Bologna i bambini vanno a scuola. A Bologna ci sono anche i “marziani”, «intellettuali più o meno di sinistra di cui solo il 5% vive a Bologna», a detta dell’assessore Pd Lepore. A Bologna c’è la guerra dei due mondi. I marziani arrivano e difendono l’istruzione statale, il Pd attacca coi raggi laser: «forse però i marziani non lo sanno –continua Lepore su facebook- ma Bologna è un avamposto della scuola pubblica». Bologna il laboratorio, Bologna il termometro, Bologna la visionaria. Bologna pianeta lontano, a Bologna da pianeti lontani.

manifestazione-per-scuola-pubblica-piazza-maggiore-300x225 Articolo 33Il focus su Palazzo d’Accursio è di quelli che contano, con lo scenario che si apre inevitabilmente su una matrioska crescente di crisi. Eh, la crisi. Parola di Partito democratico. Nella sontuosa roccaforte piddina da tempo infatti infiamma e si infiamma un confronto interno che sta impegnando duramente la Giunta Merola, il segretario provinciale, il Pd, e la cittadinanza tutta. Il tema è la scuola, nello specifico la scuola dell’infanzia. Al di là del problema originario sulla legittimità d’obbligo per questo livello di istruzione, il motivo dello scontro sta tutto nella volontà referendaria di bloccare i finanziamenti (pari a un milione di euro) destinati alle paritarie private, convogliando il gruzzolo sulla manutenzione delle scuole pubbliche. La questione non è di primo pelo, e il distacco è netto: ideologico, più che operativo.  L’associazione “Articolo 33” prende il nome dall’articolo che dispone il diritto ai privati di operare nell’istruzione e nell’educazione senza oneri per lo Stato. Il comitato (sostenuto da Sel e “simpatizzato” da M5S) è riuscito nell’intento di raccogliere 13mila firme utili a promuovere un referendum in programma il prossimo 26 maggio, in cui i bolognesi daranno il proprio parere sul finanziamento verso gli istituti privati disposto dalla Giunta. Due alternative: A pro-comitato, B pro-giunta.

Virginio Merola, sindaco di Bologna

Virginio Merola, sindaco di Bologna

Il referendum è consultivo e non abrogativo, e questo «è opportuno ricordarlo» dice il sindaco, in questi giorni impegnato in un tour cittadino informativo sulla bontà del “sistema pubblico integrato”: «mi dispiace che si usi Bologna per una battaglia nazionale perché siamo la città che fa di più sui servizi per l’infanzia». Eppure, secondo il gruppo di scrittori Wu Ming, Merola fa l’arbitro, che «non può fare anche il capitano di una delle due squadre». Secondo il Pd invece, l’eventuale virata verso l’esclusivo finanziamento alle scuole d’infanzia pubbliche porterebbe uno squilibrio nel ricollocamento di circa 1800 bambini, oltre a mettere in crisi una Giunta già provata dalla «chiusura dei rubinetti da parte di uno Stato che non ci aiuta più». Per la crisi. Dello stesso avviso Elena Ugolini: «i 1.800 bambini andranno tutti a casa di chi propone il referendum?», si chiede il sottosegretario all’istruzione; l’economista e Ordinario all’Università di Bologna Stefano Zamagni  si fa vedere sull’Unità, dicendo che «le risorse statali sono destinate a calare sempre più», e avallando un’alleanza strategica tra pubbliche e paritarie: «se salta questo sistema ci ritroveremo con scuole private per ricchi e scuole pubbliche di bassa qualità».

Carlo Freccero, direttore di Rai4

Carlo Freccero, direttore di Rai4

Dall’altra parte, tra i marziani referendari, anche Fausto Bertinotti e Carlo Freccero: «Non vorrei che il Pd fosse più liberista dei liberisti – così il direttore di Rai4 – , io personalmente non voglio che il fondamento dell’istruzione pubblica subisca tagli a favore di altri ambiti. Sappiamo tutti che Bologna e Firenze sono grandi laboratori in cui si ha la possibilità di anticipare (da sinistra) lo scenario nazionale, e non vorrei che questa possa essere una prova generale della prossima finanziaria». Secondo Freccero «Bologna è come il muro di Berlino: un luogo simbolo del welfare. Se vincono gli anti-referendari significa che qualcosa si è spezzato, e che ormai ha prevalso la via della Cisl, delle industrie, e di Renzi». Sull’immagine della valicata di Renzi su e giù dall’Appennino, Sel invia le truppe parlamentari, artiglieria pesante:«ingiusto chiamarci anticlericali, non bisogna demonizzare l’avversario» , dove è “avversario” il vocabolo sempreverde. La Cgil intanto si divide, i cittadini si dividono, la sinistra si divide. A Bologna, in Italia, in Europa. E in Europa si sta male, così dicono. In Europa (non) tutti sorridono: c’è la crisi. Chissà su Marte, come se la passano.

(Pubblicato su Gli Altri Settimanale del 19 aprile 2013)

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Balotelli tra i 100 più influenti al mondo? Neanche per sogno: cronologia di una bufala

 

balotelli gazzettaCi sono personaggi che camminano tra il reale e il surreale. Uno di questi è sicuramente Mario Balotelli. L’attaccante del Milan e della Nazionale italiana, ex Inter e Manchester City, è capace di colpi ad effetto dentro e fuori dal campo, e la notizia sulla brace non può ovviamente essere questa. La peculiarità del caso ci mostra invece un Balotelli protagonista involontario di un bizzarro caso mediatico che di surrealismo ne è zeppo. Nella mattinata del 4 aprile, il sito della Gazzetta dello Sport riporta tra i primi lanci la seguente notizia: «Milan, Balotelli incoronato da Time tra le icone del 2012». Il pezzo di Gabriele Parpiglia, un elogio spassionato entro i contorni (labili, in questo caso) dell’istituzionalità dal vestito rosa, si snoda in occhi dolci e carezze al crestino verso cui anch’io (ammetto) nutro simpatia. Il nocciolo della notizia però è un altro, e si evidenzia subito:

«La vita di Mario Balotelli non smette di regalare sorprese “positive” in questo magic moment del calciatore scrive Parpiglia- Martedì 23 aprile sarà una data importantissima per l’attaccante rossonero e della Nazionale. Il prestigioso settimanale statunitense Time (primo newsmagazine negli Stati Uniti, fondato nel 1923, ritenuto oggi uno dei più autorevoli e prestigiosi al mondo, in particolare per quanto riguarda la politica e l’economia internazionale) ha deciso di premiare Mario, inserito tra le cento persone più influenti del mondo nel 2012».

 

Time La reazione iniziale è ovviamente stupita. Si sa, il calcio è masticato dal popolo becero e inconsapevole, e l’accostamento di Super Mario a Bashar Assad o a Benedetto XVI (in lizza per il 2013),  è un qualcosa che potrebbe partire al bar con gli amici o allo stadio, tra una media e l’altra. Poi ti fermi, tiri fuori dal taschino quel briciolo d’istituzionalità vestita di rosa tutta sgualcita, e ti convinci che la cosa può essere vera, soprattutto perché vieni a sapere che Gabriele Parpiglia, appassionato rossonero, ha in serbo un libro proprio su Super Mario: “ne saprà a pacchi”, pensi.  Intanto nella tua testa passa il mezzobusto color ebano  che secondo Time sarebbe stato tra i pochissimi ad influenzare centinaia di migliaia di persone in questo ultimo anno solare, e lo immagini già prossimo Nobel per la Pace, ambasciatore dell’ONU, ospite alla Notte degli Oscar. L’articolo continua a zampillare come acqua sorgiva, raccontando che la notizia «è arrivata via fax sia nella sede monegasca dove si trovano gli uffici di Raiola, sia nella sede del Milan», che «non poteva non esserci Adriano Galliani, orgoglioso e contento per questo riconoscimento» e che Mario ha voluto festeggiare con i suoi genitori, che i prati erano in fiore, e che c’era pure il cane. Al che, visibilmente scosso, decidi di fare una pausa caffè, e ti chiedi chi accompagni Balotelli in questa specialissima lista, oltre ai citati Messi e Obama. Che fai? Spegni la sigaretta, e digiti www.time.com. Andiamo a vedere. Ecco qui, lista: Goodluck Jonathan (presidente nigeriano), Xi Jinping (presidente cinese), Christine Lagarde del Fondo Monetario Internazionale… no, Mario non c’è. Sbuffi, clicchi indietro per fare un altro giro: no, Balotelli non c’è.

 

La copertina del Time dedicata a Balotelli

La copertina del Time dedicata a Balotelli

Il ping pong mediatico si snoda tra tutti i principali organi di informazione e arriva a Sky Sport, che ci cuce un servizio speciale, arricchendo il tutto con telefonata a Parpiglia e promozione del libro, per non farsi mancare nulla. Intanto in rete iniziano a circolare voci sulla cantonata, con tesi ancora traballanti ma con la stessa certezza che hai tu: il nome di Balotelli in quella lista non c’è.  In serata arriva finalmente la soluzione del mistero, grazie a Gabriele Capasso: «Mario Balotelli è fra i “100 personaggi più influenti del 2012 secondo la rivista Time? -scrive su calcio blog.it-  Neanche per sogno. La bufala sta spopolando su prestigiosi organi di informazione, dalla Gazzetta dello Sport in giù (noi compresi), ma del nome di Super Mario nella famosa lista del Time non vi è traccia alcuna. Il motivo? Molto semplice, la cantonata (o se preferite la “sapiente strategia di marketing”) ha preso piede grazie all’iniziativa del noto gossipparo Gabriele Parpiglia. Il giornalista, che ha in uscita un libro proprio su Balotelli, ha confuso la convocazione di Mario Balotelli a New York per ritirare un premio in quanto fra gli uomini copertina del 2012 con quella riservata ai “personaggi più influenti”». E in effetti Parpiglia ne aveva pure parlato, registrando il tutto come una sorta di idillio tra la redazione di Time e Balotelli: «Il Time ha sempre avuto un debole per SuperMario. Nello scorso novembre gli ha dedicato una copertina. Mario parlava di razzismo, della sua voglia di giocare a calcio e del suo grande sogno di incontrare il presidente Barack Obama. I giornalisti del Time che lo hanno intervistato dopo l’incontro hanno rivelato: “Abbiamo trovato Mario adulto, intelligente e accattivante. In lui è ancora ben visibile l’impatto di un’infanzia turbolenta. Abbiamo incontrato un Balotelli anche più glamour con i suoi splendidi orecchini di diamanti”».
Insomma, la penna che scivola su un manto di stelle, tra decise pennellate e inediti scoop. Scrive ancora Capasso, su calcioblog: «Parpiglia si è difeso blaterando fesserie tipo: “la lista non è definitiva” ed ha accostato Balotelli, facendo evidentemente confusione, a personaggi che sono al momento in lizza nel sondaggio per “i 100 personaggi più influenti del 2013».

 

Cassano discute con i paparazzi

Cassano discute con i paparazzi

Eh già che Parpiglia non è nuovo a slanci emotivi. Dal suo profilo facebook, lo scorso 9 maggio pubblicò una foto di Cassano mentre, sorpreso al parco da due fotografi mentre era in compagnia di moglie e figlio, stava discutendo animatamente con i molestatori. Così scrive Parpiglia: «In queste immagini, scattate ieri al Parco di Porta Venezia, a Milano, Antonio Cassano litiga con un fotografo, anzi con due. Reporter che io ovviamente conosco e che vivono per strada senza orari, senza una sicurezza lavorativa (perché non è un mestiere facile) ma sono persone oneste che puntano a vivere per arrivare a fine mese. Volano schiaffi, spintoni e urla ovviamente da parte del calciatore. Loro restano immobili. Passivi. Motivo del litigio: Cassano che ha scelto uno dei parchi più frequentati a Milano, non vuol farsi fotografare con figlio e moglie alle giostre. Minchia che motivo grave. Altro che crisi, altro che imprenditori che si uccidono perché falliti con le loro società, questi si che sono i problemi della vita. Ma poi riflettendo bene: Cassano guadagna quello che due fotografi potrebbero portare a casa nel corso di dieci vite, anzi venti vite. Querele in arrivo. Ma io da buon milanista sono per la pace». In sostanza, la fine analisi di Parpiglia ci fa capire quanto inadeguato sia un uomo nel chiedere che il figlio non venga fotografato, o nel voler mantenere la privacy della propria famiglia. Questo non si può fare secondo Parpiglia, perché i fotografi guadagnano dieci volte meno di lui, e dovranno pur mangiare fotografando la famiglia Cassano. Mi sembra ovvio. Così parte il pippone moralista, infilando discorsi economici in faccende che coi soldi han poco a che fare. Si parlerebbe di rispetto verso il prossimo, è che lo sguardo di Parpiglia cade sempre su quell’aspetto per deformazione professionale, sognando chissà il conto in banca di Cassano.

 

Gabriele Parpiglia

Gabriele Parpiglia

Ora, riprendendo il discorso dei personaggi che marciano sul sottile filo tra reale e surreale, potremmo inserire Gabriele Parpiglia nella nostra speciale lista. Tutto questo con un po’ d’amaro in bocca da parte di colleghi che si sentono quotidianamente mortificati da iniziative di questo genere. Perché se è pur vero che il calcio non cambia il mondo, le regole dell’informazione non dovrebbero differire da settore a settore, né che si parli della guerra in Siria, né che si parli di Balotelli. Senza trascurare il piccolo particolare: la Gazzetta dello Sport è il principale quotidiano sportivo in Italia, non certo il giornalino della squadra dell’oratorio (che comunque non è tenuto a fare pasticci simili). Gabriele, facci questo favore, lascia Mario a camminare sul filo, tu abbandona il surreale e torna nella realtà. A noi che abbiamo la ventura di leggerti serve quella: dillo anche a chi ti commissiona queste opere ardite.

(Pubblicato su FcInter1908.it del 5 aprile 2012)

 

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Perché Papa Francesco è stato in silenzio sul 24 marzo?

24 marzo 1976Storia di numeri, storia di volti, storia di non-esistenze. Oggi è il 24 marzo, e l’Argentina commemora il trentasettesimo anniversario del regno del terrore. La notte del 24 marzo del 1976 la giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla pone fine al governo di Isabelita Perón con un colpo di Stato, e apre il sipario su una delle pagine più assurde ed angosciose della nostra storia recente. In sette anni di “governo”, la giunta militare argentina si impegna a realizzare il cosiddetto “Proceso de Reorganizacion Nacional”, attraverso una delle repressioni più violente e massicce che abbiano mai avuto luogo nel dopoguerra.

tumblr_mang92Q5jh1rfi5cjo2_500 desaparecidosNel giro di pochi anni circa 30000 persone vengono fatte dissolvere. Non uccise, ma fatte sparire nel nulla. Perché se un’uccisione, per quanto sia cruenta, si limita a distruggere una vita, una “sparizione” fa di peggio: cancella un’esistenza, trasforma l’essere in “non essere”, il concreto in “astratto”. Non dà corpo alla sofferenza, né al rispetto, anche religioso, per i morti (ricordiamo che la giunta militare argentina aveva un dichiarato crisma liberale e cattolico). Ogni anno, Plaza de Mayo si affolla di madri e nonne pronte a chiedere notizie su figli, fratelli, nipoti e mariti scomparsi nel nulla. Tra di loro, moltissimi italiani (compresa Estela Carlotto, presidentessa dell’associazione “Abuelas de Plaza de Mayo”). Figli di emigranti, che hanno dato a quella terra la conformazione socio-culturale di una costola italiana al di là dell’Oceano, componendo circa il 70% della popolazione argentina. Un massacro pianificato («Morirà il numero di persone necessarie per riuscire a conseguire la sicurezza del paese», disse Videla a pochi giorni dal suo insediamento), con una pratica solo apparentemente simile rispetto a ciò che pochi anni prima aveva avuto luogo nel Cile di Allende.

desaparecidos Infatti, se le immagini dell’azione di forza del generale Pinochet fecero il giro del mondo provocando indignazione da salotto, in Argentina non accadde neanche questo. I militari non vollero ripetere gli errori dei colleghi cileni (come bombardare il Palazzo Presidenziale), anche perché l’Argentina è da sempre stato un paese legato a doppia mandata con l’Europa, molto più del Cile. L’Italia sopra di tutti, ma non solo. E così, la repressione fu al silenziatore: di giorno un paese modello, di notte l’Inferno. Deportazioni, torture, voli della morte. Mentre il resto del mondo, ancora indignato dall’11 settembre cileno, sembrava non prestare attenzione, esattamente come fa oggi, nonostante le polemiche scaturite dalla recente elezione di Jorge Bergoglio (all’epoca dei fatti coordinatore provinciale della Compagnia di Gesù a Buenos Aires), accusato dal giornalista Horacio Verbitesky di sinistre responsabilità indirette su alcune deportazioni e di omertà totale sulla tragedia in toto.

Papa Francesco dittatura videla Pio-Laghi-Videla-Gualtieri DESAPARECIDOS (2)Oggi, ad esempio, ci si aspettava dal neo-Papa un intervento, quantomeno per ricordare quanto l’orrore fosse prossimo e quanto la ferita fosse aperta: al contempo, era un’ottima occasione per scrollarsi le ombre di dosso. Non è avvenuto niente di tutto ciò. E qui ritorna il tema della “non-esistenza”: un tema caldo anche durante quegli anni, quando tutto l’establishment italiano (stampa compresa) mantenne un comportamento ignobile nei confronti degli avvenimenti argentini. Questo, nonostante il coinvolgimento attivo di migliaia di italiani (da Viareggio a Grottammare, dal cosentino al veneto, da Frascati al Piemonte, diversi sono i caduti “italiani” per mano di questa “Guera Sucia”) nella tragedia. Molto spesso, il silenzio angosciante degli organi di stampa era dettato da precisi equilibri geopolitici: il Corriere della Sera, ad esempio, in quegli anni non solo cercò di documentare il meno possibile sulla repressione, ma addirittura fece spostare il suo corrispondente Gian Giacomo Foà da Buenos Aires, visto che quest’ultimo aveva deciso personalmente di documentare gli orrori nascosti sotto il tappeto, contro la linea editoriale del suo giornale. Scrive la redazione di “24 marzo Onlus”:

Licio Gelli e Giulio Andreotti

Licio Gelli e Giulio Andreotti

«L’atteggiamento del quotidiano di via Solferino può essere spiegato considerando il fatto che la “tela” delle manovre occulte della “Loggia P2″ si estendeva, oltre che al Corriere, anche alla stessa Argentina. Autorevoli membri del regime militare argentino, come l’ammiraglio Massera e il generale Suárez Mason, erano iscritti alla loggia di Licio Gelli. Nonostante i suoi precedenti legami con la destra peronista Licio Gelli, che era stato in precedenza accreditato da Isabelita Perón come consigliere economico dell’Ambasciata d’Argentina in Roma, poté rimanere al suo posto dopo il golpe e, grazie alla protezione dei due gerarchi militari, poté incrementare i suoi “loschi” affari nell’ambito dei contratti petroliferi e del traffico delle armi con la Libia di Gheddafi e il Medio Oriente. In cambio della forte protezione dei vertici militari al potere, Gelli si impegnò con loro affinché in Italia si venisse a sapere il meno possibile della situazione interna del paese sudamericano.Da abile manovratore qual era, comprese che il miglior modo per influenzare l’opinione pubblica italiana fosse quello di informarla il meno possibile e il “Corriere della Sera”, in mano alla P2, si regolò di conseguenza, per cui le notizie provenienti dall’Argentina finivano per essere filtrate a dovere. Le più alte cariche amministrative del Corriere, infatti, erano ricoperte da affiliati alla Loggia P2: l’amministratore delegato Bruno Tassan Din, il direttore del quotidiano dall’ottobre del 1977, Franco Di Bella, e, soprattutto, lo stesso proprietario del gruppo di via Solferino, Angelo Rizzoli.

Jorge Rafael Videla

Jorge Rafael Videla

Nel luglio del 1977 Rizzoli aveva ottenuto, attraverso l’intermediazione di Licio Gelli, i fondi necessari per effettuare un’operazione di ricapitalizzazione del gruppo di venti miliardi di lire. Grazie, poi, all’amicizia tra Massera e il “Maestro Venerabile”, l’editore milanese aveva ottenuto ad un ottimo prezzo gli impianti argentini della “Editorial Abril”, la più grande casa editrice del paese espropriata ai fratelli italiani Civita di origine ebraica. In cambio di tutto ciò, Gelli ottenne da Rizzoli la garanzia che il Corriere divenisse, all’insaputa della maggioranza dei redattori, un docile strumento nella mani della P2; ciò significava, tra l’altro, mantenere un sostanziale silenzio nei confronti delle violazioni dei diritti umani compiute dai militari. Dal 1977 al 1981, perciò, gli interventi del Corriere della Sera sulla vicenda dei desaparecidos in Argentina furono molto ridotti e, nei rari casi in cui se ne occupava, solitamente era per fornire un’immagine “rassicurante” del paese».

Questo il comportamento del principale organo di stampa dell’epoca. Non diverso l’atteggiamento de l’Unità, giornale di partito che subiva forti pressioni affinché non si evidenziassero troppo le atrocità di un governo, quello di Videla e soci, molto vicino all’Urss di Breznev, soprattutto per questioni economiche. Diverso l’atteggiamento de La Repubblica, giornale fondato proprio in quegli anni, che ritenne invece di dar spazio alla vicenda. Scrisse il corrispondente da Buenos Aires, Saverio Tutino: «La disinformazione è la prima responsabile di certe semplificazioni arbitrarie. Le conseguenze possono essere gravi: un giorno potremmo essere tutti chiamati come corresponsabili di delitti pari a quelli dei criminali di guerra hitleriani».

madres nunca-mas-tuttacronaca nunca-mas1 (1) Con una sola differenza: l’immagine. Perché non c’è tragedia senza l’immagine della tragedia, e non c’è dolore che possa essere invisibile agli occhi, e inudibile dalle orecchie. I crimini hitleriani hanno memoria fotografica vasta e ricorrente, macabra ma efficace. I desaparecidos argentini non sono immagine. Sono nomi, volti, numeri. Come disse Videla nel 1979: «El desaparecido no tiene entidad. No está. Ni muerto, ni vivo. Es desaparecido». Trentasette anni dopo, Cristina Kirchner, durante la cerimonia di commemorazione (unita al trentenario della democrazia in Argentina), spiega che «Seguir luchando por más igualdad, por los que menos tienen, para estar siempre junto a ellos es el mandato de los 30.000 desaparecidos»: ricordare, e non ripetere. Al contrario, dalle nostre parti ancora una volta si è persa l’occasione per dare forma e materia a tutta questa immane sofferenza. Ancora una volta, si è persa l’occasione per far sapere a quelle madri e a quelle nonne, madri e nonne italiane, che quelle foto rappresentano un corpo e un’essenza strappata dal mondo e da ogni forma di rispetto umano. Non sono fantasia, non sono numeri, né volti in bianco e nero. Perché, se è vero che, come disse Ludwig Wittgenstein, «l’immagine presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere e non sussistere di stati di cose», noi tutti attendiamo il giorno in cui comprenderemo la spaventosa forza di un’assenza, senza aver bisogno di collegare la realtà alla cieca fede nella rappresentazione. Solo allora, forse, potremmo finalmente dire “Nunca más”.

(Pubblicato su “Gli Altri Online” il 24 marzo 2013)

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Hugo Chávez, il tuo popolo ha promesso: “¡No volveràn!”

hugo chavez Expect-Venezuelas-Preside-006Scrive oggi Luis Hernández Navarro, editorialista del messicano “La Jornada” e collaboratore del “The Guardian”: «Hugo Chávez è stato un personaggio in carne ed ossa uscito dal più fantasioso racconto di Gabriel García Marquez». Esatto, un personaggio da romanzo. E così, il mondo perde un grande protagonista. Come in un romanzo. Il protagonista alternativo, il caudillo di quell’universo parallelo così lontano dal nostro plumbeo quotidiano. Un universo distante da Roma, da Milano, da Berlino e da Bruxelles, dai governi monetaristi europei, dai patti di stabilità e dall’austerity. Un mondo separato da un oceano che sulla cartina ha confini ben delimitati, ma che nella realtà quintuplica la sua grandezza.

Venezuela-Elections_Harr hugo chavezIl Comandante Hugo Chávez conosce l’unica sua sconfitta nella battaglia contro il cancro, e d’improvviso ci lascia orfani della sua presenza. Ci lascia tra le lacrime del suo popolo, che nella giornata di ieri ha intasato le strade di Caracas per l’ultimo “atto d’amore” verso il suo Presidente. Una folla immensa, colorata di giallo, rosso e blu, composta da persone di ogni età. E così, tra cori e ovazioni, si leggono cartelli e striscioni: «¡No volveràn!» (“Non torneranno!”), con precisi messaggi a coloro che prima della salita di Chávez mettevano mani nelle faccende del Venezuela. In questo gigantesco fiume umano colorato che ha fatto quasi esplodere le strade della capitale, si respira tutta la forza di un popolo a cui è stata trasmessa consapevolezza: «Chávez ha dato dignità alla mia famiglia – dice tra le lacrime, una manifestante – Chávez ha dato da studiare ai miei figli, e ci ha fatto ritrovare l’orgoglio di essere venezuelani. Ha formato una gioventù con la schiena dritta: oggi sono qui per ringraziarlo, e per urlare al cielo “Presidente, il tuo popolo è qui e io ti amerò per sempre”».

620320-supporters-hugo-chavez-verse-larmes chavez-glasses_2471712b hugo chavezUnito al dolore di Caracas, un immenso cordoglio è giunto da ogni parte del Latinoamerica (e non solo): questa è la dote che lascia Chávez. Un’America Latina conscia dei propri mezzi e delle proprie risorse, rinverdita di quei princìpi introdotti da Simon Bolívar durante i moti di indipendenza del XIX secolo. Un continente slegato da lacci e catene, che ha saputo coltivare il proprio futuro sottraendosi al giogo dell’influenza Nord Americana e sfuggendo così alla deriva obbligata imposta dal neo-liberismo che sta affamando milioni di cittadini europei.

Scrive il sociologo argentino Atilio Boròn, PHD ad Harvard: «Fu Chávez che, nel cuore della notte neoliberale, reintrodusse nel dibattito pubblico latinoamericano –e in grande scala internazionale- l’attualità del socialismo. Più che altro, la necessità del socialismo come unica alternativa reale, non illusoria, contro l’inesorabile decomposizione del capitalismo, denunciando le manchevolezze delle politiche che si incaricano di trovare soluzioni alla crisi integrale e di sistema e preservando i parametri fondamentali di un ordine socio-economico storicamente messo nel dimenticatoio». Come quando permise ad oltre due milioni di bambini di poter accedere all’istruzione obbligatoria senza particolari vincoli economici burocratici, come quando elevò la qualità del sistema sanitario pubblico, o come quando nazionalizzò gran parte delle risorse produttive del paese, cambiando drasticamente il dialogo con gli Stati Uniti sull’approvvigionamento petrolifero in Sud America.

Se oggi abbiamo la ventura di inquadrare un’area latinoamericana indipendente, emancipata e capace di utilizzare le proprie risorse per crescere da un punto di vista nazionale e continentale, questo lo dobbiamo a Hugo Chávez. Se oggi abbiamo la possibilità di guardare dal buco della serratura un mondo che vive in una realtà che qui in Europa sembra impossibile, questo lo dobbiamo a Hugo Chávez.

Sean-Penn-with-Hugo-Chavez-in-2007-Howard-Vanes-Associated-Press-e1324390462813 hugo chavezUn contraltare al grigiume a cui siamo abituati, in un mondo che ci parla di libertà ma che di libero ha poco o nulla. Un mondo definitivamente perdente, che ha cercato di demonizzare l’alternativa in tutti i modi (“Chávez dittatore”, “Chávez amico dei cattivi”, “Chávez oppressore”), come fa il più meschino e invidioso al cospetto del successo di quello più bravo. Perché se sui quotidiani europei c’è una rincorsa alla battuta più sarcastica e allo schizzo di veleno più elegante, il resto del mondo piange colui che negli ultimi vent’anni ha saputo incarnare più di chiunque altro il punto minimo di distanza tra le speranze degli ultimi, e il cuore dei capi. Ed è strano, perché per anni le democrazie europee e nordamericane hanno calcato la mano su quella mancanza (voluta) di “rispettabilità borghese” da parte del lìder venezuelano, cercando di far passare il messaggio secondo cui “il Venezuela era un paese isolato e oppresso”. No, il Venezuela da anni è un paese integrato e attivo nella sua area, con spiccata propensione all’internazionalismo, mantenendo una forte componente patriota e una salda coscienza di rispettabilità individuale e di amor proprio comune.

hugo chavezUn paese integrato e consapevole perché, come dicevano in molti per le strade a Caracas, “Chávez somos nosotros”. Chávez muore, e lascia una nazione (e un continente) consapevole, libera, guerriera, e senza debiti con il Fondo Monetario Internazionale. Una nazione ove il popolo ormai conosce la giustizia sociale, dove la gente comune è stata istruita alla lotta e alla rivendicazione della propria dignità, sua e dei vicini. Quella dignità che non può essere data in pasto ai mercati, o ai grandi flussi di denaro e titoli di stato. La dignità del cittadino, e dell’essere umano: una rarità, dalle nostre parti. Che non si declassa con un’agenzia di rating, che non si spalma su un patto di stabilità, tra una privatizzazione e una politica di austerità.

Un solco che rimane inciso, pronto a rivivere per sempre nelle parole, nelle speranze e nelle azioni di chi è ancora capace di intraprendere quel sentiero disboscato da erbacce, che porta ad una realtà possibile e vicina al cuore, seppur lontana da occhi e orecchie. Perché se è vero che un grande protagonista muore, è vero anche che la sua storia e le sue idee non avranno mai un capolinea. Come in un romanzo.

(Pubblicato su “Il Fondo Magazine” del 7 marzo 2013)

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Il club dei lobbisti che governa l’Europa

“The Brussels Business”, cine-inchiesta sul potere oscuro dell’Ue

THE-BRUSSELS-BUSINESSUna piccola torcia accesa nel buio più pesto. Se si potesse descrivere con un’impressione,“The Brussels Business” potrebbe apparire così. Il film-documentario, nato dall’idea del filmaker austriaco Friedrich Moser  e di Matthieu Lietaert (politologo belga ed esperto di faccende europee), si presenta come collage in forma artistica di un’inchiesta nata nei primi anni novanta e atta ad indagare dietro le quinte di questo gigantesco meccanismo chiamato Europa. La pellicola ha fatto il suo esordio nello scorso maggio, durante la quarta edizione del Millennium Documentary Film Festival di Bruxelles, suscitando grande seguito: già uscito nelle sale di Austria e Belgio, si appresta ad affacciarsi timidamente negli altri paesi, nonostante la scarsissima sponsorizzazione.

Friedrich Moser

Friedrich Moser

Matthieu Lietaert

Matthieu Lietaert

La versione italiana, proiettata dall’associazione culturale Kinodromo di Bologna nell’ambito della rassegna “Mondovisioni”, a cura di CineAgenzia e della nota rivista “Internazionale”, ha permesso ai più attenti di farsi un’idea sull’effettiva qualità del prodotto e sul tema trattato, più che mai scottante.

Ue the brussels businessL’indagine minuziosa dell’opera è volta a scoperchiare l’apparato istituzionale e non che opera nella capitale belga. Bruxelles, centro politico e finanziario dell’Unione, ospita circa 15000 lobbisti che influenzano le scelte politiche e legislative delle istituzioni UE, ed è la seconda città al mondo per numero di lobby, dopo Washington. Il lobbista, figura di difficile collocazione, è colui che fa gli interessi di una lobby, e per lobby si intende qualsiasi gruppo di potere che esercita influenza in una specifica area economico/politica. Le lobby possono essere enti governativi, associazioni o imprese che operano a stretto contatto con l’apparato legislativo. Il lobbista è dunque un po’ giornalista, un po’ un addetto alle pubbliche relazioni, un po’ politico, un po’ giurista. Ha una grande rete di contatti e si sa destreggiare con abilità. L’azione peculiare del lobbista consiste nel “sensibilizzare” il mondo politico sulla necessità di modificare leggi (o crearne di nuove) in base agli interessi economici del gruppo per cui egli opera. Insomma, un laccio a doppio nodo tra mondo politico e mondo economico, talmente stretto da trasformarsi in vera e propria briglia, creando un rapporto di subordinazione.

parlamento europeo parlamento europeoA grande scala, le trame che si tessono nei corridoi dei palazzi di Bruxelles incarnano i cambiamenti ai quali noi tutti siamo stati soggetti in questi ultimi decenni: l’avvento dell’Europa Unita ha infatti contribuito alla creazione dei vari disequilibri economici e sociali che stanno investendo l’esistenza di milioni di cittadini. Proprio in questo senso, il film spiega come i prodromi di questi cambiamenti che ora ci appaiono improvvisi maturarono in realtà almeno trent’anni fa, quando le maggiori multinazionali presenti sul territorio europeo, nell’ottica di un mercato comune e con l’orizzonte del neo-liberismo che allora sembrava avamposto di progresso e ricchezza, istituirono l’ERT (letteralmente, “The European Round Table of Industrialists”), una tavola rotonda formata da 17 rappresentanti dei maggiori gruppi industriali sul continente.

Wisse Dekker

Wisse Dekker

Jacques Delors

Jacques Delors

Il nuovo e prestigioso “club” fece il suo esordio nell’aprile 1983 a Parigi, con il benestare dell’allora Commissario Europeo Jacques Delors. L’ERT si incaricò di assemblare un interesse produttivo condiviso, e di avere una grossa voce in capitolo nelle direttive della Commissione Europea per la legislazione della nuova Unione.

Sir Francis Arthur Cockfield

Sir Francis Arthur Cockfield

Dai trattati CEE del 1957 a Roma molto era cambiato, e il 60% della produzione continentale consapevolizzò la forza di influenzare fortemente i processi politici e legislativi in modo tale da ottenere interessi in termini di produttività, e dunque di guadagno. Come pochi anni dopo, nel 1985, quando fu redatto il piano del libero mercato europeo (incluso il progetto di realizzazione di una rete di alta velocità per la circolazione delle merci). Il documento si ispirò alla dottrina neoliberista promossa dall’allora padrone della Philips Wisse Dekker e dai CEO delle più grandi industrie multinazionali europee.

Ert Ert Ert Benchmarking 2012Al diplomatico britannico Sir Francis Arthur Cockfield dobbiamo la stesura del documento a cui si ispirò il famoso “Libro Bianco sul completamento del mercato interno”: una sorta di Piano Marshall europeo, che prese il nome di “Piano Cockfield“. Dunque, un processo di metamorfosi: da strategia aziendale collettiva a legge costituzionale. L’industriale ordina, la politica esegue, come se fosse un ricatto: «Fai come dico io, o altrimenti vado a lavorare e a produrre altrove». Questo intimò l’Ert ai Capi di Stato d’Europa nei lontani primi anni ottanta, mantenendo tutto in massima segretezza. Questo ha detto Marchionne nel 2011, con una sfrontatezza nuova, figlia di disequilibri nel frattempo cresciuti. Questo, a scala globale, è il sistema che ha portato alla grande protesta nel 1999 a Seattle, e a quella recentissima sulla famigerata TAV. Insomma, “The Brussels Business” ci presenta un’Europa che corre veloce, dove l’industriale è il ventriloquo, e il politico è il pupazzo. Tra libero scambio incondizionato, grandi investimenti, grandi depositi, privatizzazioni e flessibilità, il Palazzo d’Inverno non è più la stanza settecentesca col grande arazzo. Ora è tutto spalmato tra corridoi e stanze chiuse a chiave, in “Think Tank” ove qualche decina di illustri signori, tra champagne, applausi e paillettes, discernono sul futuro di interi popoli. Stanze dove nessuno si pone lo scrupolo di far precipitare nel buio milioni di disperati. In Grecia, in Italia, in Spagna, tra le vie di questa Europa di serie B che brancola nelle tenebre, sopraffatta dall’Europa di serie A che si muove nell’ombra. In sostanza, buio pesto ovunque: è in questa notte scura che il film cerca di far luce, tra mille affanni ed evidenti ostacoli operativi. D’altronde, con una piccola torcia non si andrà certo lontano: si può però fare qualche passo in più, questo sì.

(Pubblicato su “Gli Altri Settimanale” del 1 marzo 2013)

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Il cielo di tutti

rino gaetanoIl cielo è blu. Il bambino che si nasconde dentro di noi traccia una linea in alto, sul foglio di carta. Nel blu ci si perde, nel blu si vola, il blu nasconde e alimenta paure, ammalia sguardi, delimita i confini. Il cielo è sempre più blu, cantava Rino Gaetano. Quando uscì questa canzone, nel 1975, l’Italia ne fischiettava il motivetto. Un’Italia estremamente cupa, immersa in pippe mentali grandi come un compromesso storico e tumultuose come una manifestazione a pugni chiusi e spranghe, si divertiva a canticchiare una melodia che sgombrava i pensieri, ma non del tutto. In pochi conoscevano chi fosse l’autore, e in fondo non aveva tanta importanza.

La carrellata di caratteri marcati ne faceva (ne fa, e ne farà) una dedica rivolta a chiunque. Nel settembre di quello stesso 1975, in un’intervista rilasciata al settimanale musicale Ciao 2001, lo stesso Gaetano chiariva: «Ci sono immagini tristi o inutili, ma mai liete, in quanto ho voluto sottolineare che al giorno d’oggi di cose allegre ce ne sono poche ed è per questo che io prendo in considerazione chi muore al lavoro, chi vuole l’aumento. Anche il verso “chi gioca a Sanremo” è triste e negativo, perché chi gioca a Sanremo non pensa a chi “vive in baracca”».

rino gaetanoDunque, la carica negativa del pezzo è parecchio marcata. La voce roca e lamentosa, sapientemente inserita in un ritmo ossessivo e incalzante, gli spunti blues, dipingono un quadro d’insieme che nessuna fine analisi socio-politica saprebbe mai fare. Una canzone senza tempo, senza inizio e senza fine. Il pezzo da sparare nelle cuffie in metropolitana, per strada, o dalle casse di uno stereo durante una festa a casa, un raduno di piazza, addirittura inghiottita dai remix nelle notti in discoteca. L’universo, insomma. Un universo negativo, preso per inno alla speranza. Un cinismo fotografico atto a rendere il mondo una filastrocca. Che è una filastrocca maledettamente triste. D’altronde, l’avversativa “ma” che precede questo cielo che è sempre più blu stride, e parecchio. Ma come, nel cielo blu non si vola? Evidentemente no. Perché chi è assicurato, chi va in farmacia, chi è Napoleone sono a fianco sotto questo cielo. Insieme a chi scrive poesie e chi cambia la barca felice e contento, insieme a chi mangia patate e a chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo. Si può vivere in baracca, fare carriera, vedere Onassis, ma il cielo non solo è blu. Addirittura, diventa sempre più blu. Blu più blu del blu, a patto che stiano tutti sotto. Blu come le auto e l’amore, cantati in Nuntereggae più.  E allora, dov’è questa speranza?

Dopo la tardiva e reale esplosione della fama di Gaetano, avvenuta a tutti gli effetti con trent’anni di ritardo, i cieli blu sono per tutti “i cieli di Rino”. E chi spazza i cortili? Chi ruba, chi lotta? Chi va a Porta Pia? Chi lamenta un dolore? Dove va tutta questa gente, se i cieli diventano quelli di Rino? Vorranno forse dirci che quel cielo è frutto di pura invenzione? In fondo, nel 1975 Rino Gaetano era un ragazzo di venticinque anni sconosciuto ai più, che urlava di birre chiare, salmoni e mantecati. Avrebbe potuto inserire un cielo durante una visione mistica, e là sotto infilarci tutti. Eppure, ad ascoltare il pezzo, la sensazione d’appartenenza al cielo blu è evidente, per l’ascoltatore. Dalla mamma alla figlia, dal barista al manager d’azienda.

La questione diventa complessa. Se questa è una canzone dichiaratamente triste, se i cieli non sono soltanto quelli di Gaetano, perché è stata investita di questo significato onirico e zeppo di speranza? Forse, la confusione generata dagli scherzi di un giullare nonsense che sguazzava nell’etichetta, salvo poi uscirne e tirarti qualche schizzo addosso? D’altronde, Rino Gaetano in quel 1975 si stava già formando come cantautore “disimpegnato”, in anni in cui la fervente militanza era un dovere. Nessuno sapeva inserirlo in una logica politica, e si faticava assai anche sull’ideologia.

Così, mentre il compagno De Gregori, in concerto al Palalido di Milano, subiva processi sommari dal Movimento, Rino procedeva come un curioso essere nonsense su cui nessuno osava avventarsi, non per rispetto ma per indifferenza e incomprensione: «L’associazione antropologica mondiale, comunamente detta società, è un insieme di esseri che si aspettano al varco armati di coraggio e tanta buona volontà. La verità è che ognuno di noi vuole la sua coppa di gelato più ghiacciata delle altre e colui che ti ammazza raramente si preoccupa delle tue scarpe nuove».

rino gaetanoProprio perché assolutamente avulso da ogni logica, Gaetano scampava ai processi sommari, come una scheggia impazzita: solitamente, la fede cieca incensa e condanna chi ha una collocazione, chi ha dei contorni precisi, classificabili come amici o nemici. I confini non esistevano, nell’essenza di Gaetano. Un’essenza che si evince dalle parole dello stesso De Gregori: «Era fisicamente diverso da noi, non aveva l’aplomb da universitari che avevamo noi, nonostante cercassimo di fare i freakettoni. C’era poi l’aspetto zingaresco di Rino, era una specie di scheggia impazzita, aveva un grandissimo talento, una fantasia smisurata. Ricordo il suo sguardo beffardo, provocatorio, ma anche la grande dolcezza. Le sue canzoni avevano l’aspetto formale del nonsense, ma avevano contenuto, facevano pensare. Rino sapeva cosa sono le canzoni e come si scrivono. Era un uomo del Sud e questo si percepiva, lo dico in senso positivo».

rino gaetanoCorreva l’anno 1975, e l’Italia cambiava, tra un lacrimogeno e un proiettile. Anni pesanti per la discografia, quelli: si affacciava il colpo di stato delle case discografiche sull’avanguardia cantautorale. La militanza sognatrice del sessantotto aveva pasciuto la generazione settantasettina, quella che non sognava e digrignava i denti. Così tra i vini d’osteria dei primi Settanta cominciavano a girare anche molti soldi: le voci intellettuali parevano sempre più vivere una grossa crisi d’identità, tra illusioni cantate e realtà ben lontane dai versi composti. Il risultato fu che ben presto i versi s’adeguarono, di conseguenza. Rino invece avanzava a fari spenti, dopo gli esordi al Folkstudio: di lì a poco, sarebbero usciti versi come «Pci Nuntereggaepiù», arricchite da sfottò come lo scimmiottamento di Berlinguer nello stesso pezzo (Nuntereggae più appunto, uscito nel 1978), tramite voci sotto traccia con cadenza sarda: «Mi sia consentito dire, il nostro è un partito serio».

rino gaetanoLa denuncia sociale di Gaetano è in realtà una cronistoria: «Io cerco di scrivere canzoni ispirandomi ai discorsi che si possono fare sui tram, in mezzo alla gente, dove ti rendi subito conto dell’andazzo sociale. Non voglio dare insegnamenti, voglio soltanto fare il cronista». La cronistoria dipinta, la didascalia di una foto di classe, sotto il cielo che diventa sempre più blu. Nessun insegnamento, nessuna educazione all’illusione: «Pretendere di dare alla gente attraverso una canzone qualcosa che sia più del sorriso –spiegava lo stesso Gaetano in un’intervista rilasciata a Nicola Sisto-  seppur amaro, qualcosa che avvii un processo concreto, è pura illusione. Questa è la tesi di molti cantautori ed anche la mia: in Italia una cosa che ha sempre funzionato è l’ironia, la satira (anche se nessuno si è mai riconosciuto in quei personaggi che ne sono stati oggetto), il “non se ne può più semplificato e senza drammatici seguiti”». Col drammatico che non è séguito, ma edulcorato nel testo, senza lasciar spazio all’azione, ma alla riflessione sul metatesto tramite cori e controcori («le tue virtù, le tue virtù»). Una riflessione inconscia, senza telecomando, che solca anni e decenni. Perché è forse questa assenza di tempo a rendere automatici gli impulsi all’ascolto di “Ma il cielo è sempre più blu”. Un’esegesi non voluta che parte spontaneamente ed è spesso monca. Un’analisi che pare non fidarsi di ciò che viene raccontato e distribuito in mensa, ma che vive un’incompletezza portata a trascinarsi senza fine. Uno stornello eterno, che non conosce limiti, nonostante quella linea sia in alto sul foglio e opprima, a mo’ di cappa. Sempre più blu.

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Marchionne si è fatto casa all’Ikea

Capitalismo scandinavo, manodopera nordafricana… politica italiana. A Piacenza botte e licenziamenti

ikea«IKEA ha l’obiettivo di creare una vita migliore per le persone e le comunità locali in ogni parte del mondo». Questo si legge sul colorato sito della multinazionale svedese dell’arredamento low cost: ormai IKEA è un marchio che è entrato stabilmente nel quotidiano, sfruttando la caducità di un’esistenza che pare sempre più pronta ad adattarsi alle incognite sul futuro. E così, tra un soppalco, una scrivania minimal e una lampada pseudo-etnica, si nasconde un’economia di mercato ben avviata e pronta già da anni a sfruttare quell’ala bastonata e confusa del precariato, attraverso appalti e controverse politiche sindacali. Questo è il risultato di un processo transnazionale di recesso, questo è il risultato di una realtà che, a suon di delocalizzazioni e multinazionalità, preferisce avvalersi di manodopera sottopagata e soprattutto non tutelata, in modo tale da impattare i costi di produzione e aumentare i ricavi: l’ha fatto FIAT (si pensi alla Serbia), e lo fa IKEA. Capitalismo scandinavo, territorio e politica italiana, manodopera nordafricana: una linea tracciata dal Nord al Sud d’Europa che allarga la sua scala, uscendo dallo stereotipo nostrano.

ikeaA Piacenza c’è un centro importante soprattutto per quel che riguarda la movimentazione merci, e non a caso le tensioni riguardano i giovani facchini (perlopiù egiziani) che operano per il colosso svedese, seppur formalmente “assunti” da una cooperativa che ha preso l’appalto di gestione dell’attività logistica. Negli ultimi giorni di ottobre è partita un’azione di protesta a difesa 14 lavoratori per cui si ikea scontriprofilava il licenziamento:  lavoratori iscritti al Si.Cobas e oggetto di una vera e propria discriminazione sindacale. Storia già sentita, insomma: se non sei del sindacato giusto, in Italia non sei tutelato. Si pensi a FIAT e alla famigerata sentenza di Pomigliano: le due vicende, nonostante abbiano dei crismi totalmente differenti, si assomigliano. IKEA ha infatti appaltato il reclutamento di manodopera dal consorzio di cooperative CGS, a costi bassissimi, e rifiutando ogni possibilità di dialogo: «Saltato ogni dialogo per scelta dei datori – così il consigliere comunale di Rifondazione, Carlo Pallavicini – abbiamo deciso di giocare la carta del tutto per tutto, l’unica speranza, da sempre, di ogni persona vessata dall’ingiustizia: la lotta». Ѐ il 2 novembre, e di fronte ai primi presidi e ai blocchi all’ingresso del reparto, partono le cariche di botte e manganelli da parte delle Forze dell’Ordine. Arriva il sindaco Dosi, vicino alle cooperative, e spinto dall’obbligo istituzionale cerca calmare la situazione: «Dopo le dichiarazioni imbarazzanti di supporto all’IKEA della settimana scorsa – continua Pallavicini – possiamo dire che quella mattina Dosi ha avuto quantomeno il ruolo di essere riuscito a reperire il presidente del consorzio CGS». Tutto tranquillo? Per niente. Dopo attimi di calma, la Questura forza nuovamente la mano, nel tentativo di sgomberare i presidi nel pomeriggio: “se fossimo negli anni ’30 vi manderemmo sotto un metro di terra!”, urlano alcuni elementi del reparto celere. Vittime dei manganelli anche i rappresentanti di collettivi studenteschi uniti da rappresentanze istituzionali (legate quasi esclusivamente all’ala della sinistra radicale). Formalmente, le forti tensioni di quel pomeriggio hanno trascinato le parti ad un abbozzo di trattativa. Praticamente la situazione è ancora stagnante se non peggiorata, soprattutto per orari, costi e condizioni di lavoro.

ikea scontriRecentemente, IKEA ha annunciato che, a causa della rivolta dei facchini nel polo di Piacenza (fondamentale snodo per la distribuzione in tutto il Sud Europa), ridurrà temporaneamente i volumi dei carichi di lavoro, causando il licenziamento di oltre 100 operai. Insomma, siamo passati al ricatto, che sembra essere diventata la pratica più facile, da parte delle aziende, per risolvere le ikea facchinivertenze sindacali: “tu scioperi? Io ti licenzio”, secondo il Marchionne-pensiero, trend del nuovo capitalismo che abbatte frontiere (e diritti). Ciò che spaventa di più, però,  è la condizione generale del settore sindacale, e il triste processo secondo cui i sindacati di base(Si.Cobas nel Nord-est, ADL nel Nord-ovest)  debbano andare a coprire tutte quelle aree di precariato ove i grossi sindacati non operano, subendo continue vessazioni in una logica in cui il lavoratore precario vale ciò che vale il suo contratto, a prescindere dalla dignità umana. Grossi sindacati che, quando si tratta di precariato, assumono  posizioni sibilline come quella della Uil locale, accusando la sinistra di voler “strumentalizzare” politicamente la situazione: «L’esito a cui è giunta la vicenda IKEA è sconfortante ed è il frutto amaro di una protesta sproporzionata ed eccessiva rispetto alla portata degli stessi problemi che alcuni lavoratori possono aver evidenziato», recita il comunicato. Minimizzare, imperativo. Minimizzare il problema, per tutelare la produzione. Dello stesso avviso Michele Bricchi, rampollo locale del PD e responsabile Ikea: «Negare la tipicità flessibile della logistica significa non comprenderne la complessità o non volerne correggere le storture che, obiettivamente, la caratterizzano: se è vero che si tratta di un’attività economica a forte rischio di “inquinamento” delle norme o di “infiltrazione” di soggetti tossici per il sistema, occorre però altrettanto ricordare che essa produce ricchezza e occupazione». Ricchezza e occupazione, per chi? Ormai si viaggia nel paradosso, col sito dell’Ikea (bersagliato da hacker e da commenti di protesta) che continua a recitare: «IKEA ha l’obiettivo di creare una vita migliore per le persone e le comunità locali in ogni parte del mondo». In tutto il mondo, tranne a Piacenza.

(Pubblicato su “Gli Altri Settimanale” del 16 novembre 2012)

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